Cuore e cervello, l’intelligenza emotiva è un costrutto psicologico che, all’apparenza, sembra quasi paradossale nel suo volere abbinare l’emotività alla razionalità. In realtà, così non è: un uso intelligente delle emozioni, non solo è possibile, ma costituisce un fattore determinante nel raggiungimento dei propri successi personali e professionali!

Il concetto nasce nel 1990, quando due studiosi, Salovey e Mayer, definirono l’intelligenza emotiva come “la capacità che hanno gli individui di monitorare le sensazioni proprie e quelle degli altri, discriminando tra i vari tipi di emozione e usando questa informazione per incanalare pensieri ed azioni. Tale definizione ci comunica l’importanza dello sviluppare tre abilità fondamentali: autoconsapevolezza, autocontrollo ed empatia. 

A tal proposito, perché l’intelligenza emotiva è così richiesta dalle aziende?

Due sono le competenze maggiormente richieste: una competenza personale costituita dalla consapevolezza e dalla padronanza di se stessi, e una competenza sociale ravvisabile nel modo in cui gestiamo le relazioni con gli altri.

Questa seconda competenza assume rilievo principalmente nel team working, per il quale la capacità di saper guidare ad arte le emozioni di un’altra persona e trarre vantaggio dal fatto che gli stati d’animo s’influenzano reciprocamente, è un vantaggio competitivo impagabile. 

Essere “emotivamente intelligenti” vuol dire conoscere e saper gestire le proprie risorse interiori e, allo stesso tempo, intuire, comprendere e rispondere correttamente alle emozioni degli altri.

A tal proposito, citiamo un esempio di intelligenza emotiva tratto da un episodio della fiction di RaiUno “Doc: Nelle tue Mani”.

Improvvisamente uno scenario disastroso incombe alle porte del policlinico Ambrosiano di Milano: il deragliamento di un treno muove una moltitudine di ambulanze che suonano all’impazzata per portare le vittime dell’incidente il prima possibile in ospedale. In questi attimi non c’è tempo per l’ansia, per la paura, per l’insicurezza, bisogna solo pensare a salvare delle vite. Ed è proprio in questi istanti che molti medici disorientati, delusi e stanchi di veder morire persone si sono aggrappati al coraggioso appello del loro primario:

Ci siamo noi e c’è quella grandissima stronza della morte. Ci sono giornate come questa che sembra inarrestabile, lo so. Ma non è così perché ci siamo noi! Tutti i libri che abbiamo letto, tutto lo studio, la pratica, la teoria è servito tutto a guardarla in faccia e dirle: NON OGGI. E non importa quanto siano disperate le condizioni di un paziente, NON OGGI. Non importa se neanche i pazienti ci credono più, NON OGGI. Qualcuno di noi cederà, altri reggeranno bene la pressione ma non importa, noi oggi dobbiamo aiutarci qualunque cosa si debba fare, qualunque sia la vita che aspetterà i pazienti da oggi in poi, voi dovete ricordarvi sempre perché siamo qui: per metterci in mezzo tra i pazienti e la stronza. Questo è essere medici

Si comprende bene come le emozioni siano dotate di una forza dirompente che può ostacolarci nel raggiungimento dei nostri obiettivi, paralizzando la nostra capacità di agire o di decidere lucidamente. Ma se adeguatamente gestite possono regalarci una marcia in più.

Federica Frongillo, Associato in prova Area BD


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