Con la crescente pressione competitiva e la tendenza alla globalizzazione, le aziende sono sempre più impegnate in attività di M&A: queste operazioni rappresentano uno strumento di elevata utilità nelle politiche di crescita aziendale poiché consentono lo sviluppo di sinergie operative e finanziarie, un rapido aumento delle dimensioni e l’eliminazione delle barriere all’ingresso di un settore riducendo la concorrenza.

Le operazioni di M&A, inoltre, concorrono ad arricchire significativamente il numero di servizi offerti dall’investment banking. In merito a ciò, un ruolo fondamentale è ricoperto dalle banche d’affari le quali, in qualità di advisor, offrono consulenza strategica e finanziaria alle controparti di un’operazione.

La consulenza di tali intermediari finanziari è finalizzata alternativamente al supporto dell’azienda acquirente (buy-side) o dell’azienda target (sell-side). Tuttavia, il ruolo effettivamente svolto dall’investment banking nelle transazioni di incorporazione aziendale è ancora oggi discusso.

A tal proposito sono sorte diverse ipotesi e teorie a sostegno e contro la scelta di rivolgersi ad un advisor esterno. Il presupposto fondamentale alla base della decisione di ricorrere ad un’investment bank per servizi di consulenza in materia di M&A è riconducibile al notevole contributo che queste istituzioni, in qualità di intermediari finanziari, offrono alla propria clientela.

In particolare, si rinviene la capacità della banca d’investimento nel sostenere la propria clientela nell’identificare e selezionare i migliori target, e nel predisporre il deal nella maniera più appropriata possibile, tale da aumentare le probabili entrate dei propri clienti.

È possibile riassumere i fattori determinanti per la scelta delle banche d’investimento nelle operazioni di M&A in tre ipotesi: transaction cost, asymmetric information e contracting costs hypothesis.

Per quanto riguarda la prima ipotesi, si evidenzia come le imprese scelgano l’investment banks in quanto sono in grado di assistere ed esaminare le operazioni di M&A a costi sensibilmente ridotti rispetto ad altre istituzioni, tra le quali l’azienda stessa.

La seconda ipotesi presuppone che le banche d’investimento riducano l’asimmetria informativa tra l’impresa target e la bidder. La necessità della consulenza di una banca, dunque, aumenta all’aumentare dell’asimmetria informativa tra le parti.

La contracting costs hypothesis, infine, assume che l’investment banking riduca I costi di agenzia dell’azienda acquirente dal momento che ne “certifica” il valore dell’acquisizione. 

Al polo opposto rispetto alle considerazioni fin qui fatte, troviamo evidenze empiriche che evidenziano criticità nei contratti di investment banking: il conflitto d’interessi tra banca e la clientela. Infatti, nel 95% dei casi le commissioni pagate all’advisor per il servizio di consulenza sono aumentate in caso di esito positivo. Questo modo di predisporre i contratti può indurre le banche d’investimento a richiedere commissioni più elevate assicurando il compimento della transazione. Dalle considerazioni letterarie analizzate è emerso come sia assente una teoria unanimemente accettata e condivisa sui fattori, propri delle banche d’investimento, che determinano il cosiddetto maggior valor creato. 

Lorenzo Berti, Associato in prova Area Consulenza Finanziaria. 


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