Quando si parla di società in un contesto internazionale, uno degli argomenti fondamentali da prendere in esame è la legislazione ad esse applicabile.

Nel caso di una società costituita in Italia e che opera in Italia, infatti, il problema non si pone: si applica il diritto italiano, senza alternative. 

Diversa è, invece, la situazione di una società la cui attività ha connotazioni transnazionali, operando a cavallo tra diversi paesi e diverse legislazioni nazionali: quali leggi si applicheranno ad una società costituita in Italia ma che svolge attività prevalentemente in Germania?

È qui che entrano in gioco due diverse teorie: la dottrina dell’incorporation e la dottrina della real seat.

L’incorporation doctrine (dottrina dell’incorporazione) è la teoria prevalente negli Stati Uniti e in alcuni paesi europei. Essa indica come normativa applicabile alla società quella del paese di incorporazione, senza prestare attenzione al paese in cui essa effettivamente opera. Questa scelta legislativa, di solito, porta alla costituzione delle società in paesi in cui la legislazione è più favorevole. Altra conseguenza è l’incremento della concorrenza tra i diversi paesi, che mirano a predisporre una legislazione più attraente per le società. Per questo motivo, negli Stati Uniti è frequente parlare di “race to the bottom”, ossia di una “corsa al ribasso”: quanto più lascivi sono i limiti imposti dalle leggi del paese, lasciando alle società più libertà di autoregolazione, tante più società si andranno a stabilire in quel paese.

La teoria alternativa, la real seat doctrine (dottrina della sede reale) è invece quella dominante in ambito europeo. Il diritto applicabile alle società è, questa volta, quello del paese in cui la società ha la sede amministrativa effettiva. Viene qui privilegiata, rispetto alla sede legale, quella “reale”. Questa teoria porta ad una diminuzione della concorrenza tra le varie discipline nazionali, poiché i paesi non sono stimolati allo stesso modo a prevedere leggi vantaggiose per le società. Tale scelta, del resto, facilita la lotta a situazioni ingannevoli come le c.d. “società fantasma”.

Entrambe le teorie presentano vantaggi e svantaggi, restando comunque lecite. In ogni caso, la scelta di una di esse influenza sicuramente la mobilità cross-border.

In Europa, vi è da sempre una divisione tra paesi che prediligono la teoria dell’incorporazione ed altri che invece optano per la teoria della sede reale. Si hanno anche dei sistemi ibridi, come l’Italia, che accolgono elementi di entrambe. L’intervento della giurisprudenza comunitaria è stato fondamentale per attenuare i disaccordi, anche se va ricordato che l’Unione Europea tende ad optare per la real seat doctrine (basti pensare alla c.d. Società Europea – introdotta nel 2001 da un regolamento del Consiglio – la cui sede sociale è nel luogo della sede amministrativa centrale).


Molti ritengono la dicotomia tra le due dottrine in ambito europeo un potenziale intralcio allo sviluppo del diritto societario comunitario. Andrebbe, dunque, auspicata l’armonizzazione delle normative nazionali orientata ad adottare una sola delle due teorie, in modo da rendere più coerente il trattamento delle società in Europa.

Valentina De Giorgio,
Associato in prova Area Legale


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