Come vi sentireste se vi dicessero che, se tutti pagassero le tasse, la pressione fiscale diminuirebbe di quasi il 20%? E che, se dal 1980 l’evasione fosse stata inferiore di solo un punto percentuale del PIL rispetto ai valori registrati, oggi potremmo avere un rapporto debito/PIL del 70-75%, ben inferiore dell’attuale 134,8%?

Dati alla mano diventa, quindi, piuttosto semplice capire perché il 48% dei cittadini ritiene prioritario combattere l’evasione fiscale prima ancora di ridurre le tasse stesse, la spesa o il debito pubblico.

Una presa di posizione questa che, viste le cifre di cui si parla, appare estremamente difficile da contestare.

Come ci rivela la Relazione Giovannini, infatti, il cosiddetto tax gap (ovvero l’ammontare delle tasse non pagate) nel 2016 si attestava a circa 109 miliardi di euro, ovvero al 6,52% del PIL.

In sostanza quindi le tasse sì, si evadono, ma non tutte allo stesso modo. Dalla stessa relazione emerge come l’IRPEF abbia generato un rapporto decisamente asimmetrico tra lavoratori autonomi e dipendenti, con i primi che la evadono per 33 miliardi di euro (il 31,1% dell’evasione generale, il 2,0% del PIL), mentre i secondi (soggetti a ritenuta alla fonte) “solo” per il 4,9% del totale.

Nonostante questa evasione sia enorme, la voce più incisiva è, seppur di poco, quella relativa all’IVA che, con un mancato gettito di circa 36 miliardi di euro nel 2016, ha eroso dalle casse dello Stato il 2,15% del PIL nazionale e si è piazzata come l’imposta più evasa fra tutte.

Non sorprende quindi che l’Italia si posizioni tra le eccellenze, si fa così per dire, dei grandi evasori d’Europa, superata soltanto dalla Grecia.

Ma, oltre alle ripercussioni sul mancato gettito, quali sono le altre conseguenze che l’evasione porta con sé?

Importantissime quelle relative a concorrenza e a occupazione. Nel 2015 Confindustria ha ipotizzato che se il tax gap fosse diminuito del 50%, accompagnato da un abbassamento proporzionale delle imposte, si sarebbe recuperato un gettito di 61 miliardi di euro, con una crescita del PIL del 3,5%.  La diminuzione dell’IVA avrebbe stimolato la domanda, aumentando i consumi del 5,2%, mentre la riduzione dell’IRAP e dei contributi sociali avrebbe incentivato le esportazioni per un +2,4% e le importazioni per un deciso +7,9%. In tutto ciò gli investimenti sarebbero cresciuti del 5,9%, con l’occupazione che avrebbe registrato un importantissimo aumento di 355mila unità.

Un altro aspetto decisamente rilevante è rappresentato dal carattere dimensionale: conservare lo status di piccola impresa è il metodo più sicuro per sfuggire al fisco (di media un controllo ogni 33 anni), a costo però di una minore crescita economica d’insieme. La produttività delle imprese, infatti, è direttamente correlata alla loro dimensione: più è grande un’azienda, più potrà operare economie di scala, avrà maggiore capacità di internazionalizzazione e maggiore propensione ad attività di ricerca e sviluppo.

Per concludere, in un mercato globalizzato come il nostro è necessario allocare le risorse nella maniera più efficiente possibile sia per ottenere il massimo benessere sociale sia per quel, seppur puramente dottrinale, concetto di “distruzione creativa” di shumpeteriana memoria.

Federico De Rossi

Associato Area Consulenza


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