Il paradigma classico che vede l’uomo come essere prettamente razionale (homo economicus) è stato scardinato da studi recenti che hanno messo in luce come anche la sfera emozionale ed irrazionale possa entrare nel processo decisionale e generare scelte fondate su degli errori.

Negli anni Settanta del Novecento, Daniel Kahneman e Hersh Shefrin furono i primi a discutere di finanza comportamentale, che introduce la psicologia cognitiva nel mondo della finanza e che considera il comportamento degli attori economici come una variabile fondamentale nell’analisi delle dinamiche relative al mondo degli affari.

Le ricerche dei due studiosi hanno conquistato interesse generale nel 2002 con l’attribuzione del premio Nobel per l’economia allo psicologo israeliano Kahenman e all’economista Vernon Smith.

Nel libro“Thinking Fast and Slow”, Kahneman spiega come il nostro cervello sia capace di attuare due sistemi di pensiero: emozionale (fast) e razionale (slow).

Se il secondo, lo slow, è ponderato e metodico, richiede uno sforzo maggiore e porta a scelte ottimali, diverso accade per il primo, il fast: quest’ultimo è automatico, istintivo e porta a conclusioni immediate, è una scorciatoia mentale per elaborare e ridurre la complessità di problemi e la sovrabbondanza di informazioni, ma può condurre gli individui nella trappola dei bias e quindi portare a scelte viziate: i bias sono distorsioni, alterazioni di percezioni o di valutazione della realtà.

Di recente la CONSOB ha segnalato l’urgenza di rivedere le norme a tutela dei risparmiatori in considerazione delle nuove ricerche scientifiche che pongono in correlazione scelte di investimento ed errori cognitivi: si stima che il nostro cervello sia soggetto a più di 180 diversi tipi di bias di memoria, attenzione, percezione e giudizio.

Una decina influiscono in particolare sulla presa di decisioni finanziarie come l’overconfidence, tipico degli investitori, ossia una eccessiva fiducia in sé stessi e nelle proprie capacità che porta ad una sovrastima nel prevedere il corso degli eventi o come l’illusione di controllo,cioè la tendenza nel considerare eminentile proprie abilità personali andando a sminuire importanti fattori quali la causalità degli eventi.  

Il primo passo è l’individuazione dei bias, ma l’obiettivo finale della finanza comportamentale è quello di riuscire a porre rimedio a questi errori attraverso il processo di debiasing.

Si è dimostrato utile provare a cambiare prospettiva fermandosi a considerare ipotesi alternative o provare ad immaginare di spiegare le ragioni della propria decisione ad un terzo: è stato dimostrato infatti che il decisore sia più stimolato a vagliare i punti deboli del suo ragionamento quando un terzo si affida alla sua scelta.

Di aiuto è la tecnica del mindfulness che insegna a focalizzare l’attenzione sul presente e favorisce il riconoscimento degli obiettivi. Su questi temi è quanto mai opportuno un approfondimento da parte dei professionisti che operano nel settore della consulenza finanziaria al fine di mitigare al massimo l’effetto delle trappole mentali dei bias in fase di analisi e valutazione delle informazioni ed offrire un servizio di consulenza migliore. Le modalità di debiasing sono ancora in via di sviluppo, ma sono stati individuati dei programmi di training e di apprendimento di strategie correttive al fine di rendere più automatiche le abilità tipiche del secondo sistema di pensiero, lo slow, rispetto a quelle tipiche del primo sistema, il fast

Michela Bon

Associata in prova in Area di Consulenza Finanziaria


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