Movimenti nazionali e mondiali, proteste e cortei sono gli elementi che ormai caratterizzano il XXI secolo. Gran parte di queste manifestazioni nascono dall’intraprendenza dei giovani della Generazione Z: una generazione spesso criticata, negativamente stereotipata per l’assiduo uso delle tecnologie, stigmatizzata dalla società, ma anche capace di indurre grandi cambiamenti sociali. Il fatto che la Generazione Z sia un utente esperto dei social media è una peculiarità spesso incompresa o ignorata. Non è un caso, infatti, che i social abbiano rivestito un ruolo imprescindibile nello sviluppo dei vari movimenti che il nuovo secolo ha accolto. Ne è esempio la manifestazione tenutasi in Piazza Maggiore a Bologna organizzata da un gruppo di ragazzi e divulgata solo attraverso canali social. Esponenti di questa generazione guerriera sono: 

  • Malala, che da tempo si batte nella lotta per i diritti civili e il diritto all’istruzione delle ragazze nei paesi musulmani;
  • Amika George ha dato vita alla campagna #FreePeriods per combattere il period poverty ed inneggiare ad assorbenti e coppette mestruali gratuiti;
  • Olga Misik, con il suo gesto di contestazione e protesta è diventata un simbolo internazionale per tutti coloro che si battono per la libertà di pensiero;
  • Melati e Isabel Wijsen hanno lanciato l’iniziativa #ByeByePlasticBags riuscendo a sensibilizzare il loro paese;
  • Greta Thunberg promuove il #FridaysForFuture che ha ormai ottenuto un rilievo mondiale. 

Che il movimento ambientale promosso dalla carismatica ragazza svedese sia diventato di fama internazionale è ormai comunemente condiviso; ma quanto ha realmente contribuito all’approvazione di provvedimenti legislativi e aziendali manageriali?

La giovane attivista con la volontà di ferro ha promosso una causa che si è rivelata di forte impatto sociale; sfortunatamente, però, oltre i veri sostenitori di questa causa vi sono anche coloro che l’hanno strumentalizzata facendo di questa battaglia un trend. 

Ne sono esempio il sempre più diffuso utilizzo di borracce, prodotti biodegradabili e alimenti bio, ma quanto queste scelte rispecchino la reale consapevolezza degli imprenditori riguardo la questione climatica-ambientale è ancora incerto.

Nel corso degli anni il Green marketing, una strategia che si preoccupa di adattare la produzione e le vendite alla problematica ambientale, si è evoluto ed ha acquisito rilievo sempre maggiore. Difatti, tutti gli aspetti del processo di produzione, comunicazione pubblicitaria, scelta di materie prime, creazione del packaging e smaltimento dei rifiuti sono parte integrante di questo modello commerciale anche conosciuto come Environmental Marketing. Questa nuova filosofia di marketing rispecchia, o dovrebbe rispecchiare, il reale impegno delle aziende nei confronti dell’ambiente e dell’incessante cambiamento climatico. Ci si domanda, però, se quello delle aziende sia un vero tentativo di “educare” il consumatore al rispetto dell’ambiente e all’importanza del riciclare, o se invece si sia trasformato in un vero e proprio greenwashing – una strategia che permette alle aziende di produrre immagini ingannevoli che fanno trapelare il loro consenso riguardo la problematica ambientale anche se magari non intenzionati a prendere concreti provvedimenti a riguardo. 

Solo nel tempo sarà possibile valutare la coerenza e la continuità dell’investimento da loro fatto a favore del cambiamento climatico e l’effettivo impatto di queste politiche sulla tutela dell’ambiente.

Sara Di Luca

Associata in prova Area Marketing


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